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L’emancipazione sbagliata

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Pubblicato il 15/02/2026

«Signorina, lei viene? Quante volte viene? Con che distanza temporale?».

Ha fatto ancora una volta il giro del mondo l’ennesimo siparietto a sfondo sessuale dell’ex premier italiano Silvio Berlusconi, che nei giorni scorsi si rivolgeva con queste domande a una lavoratrice. 

Lei a fargli da spalla (apparentemente) senza imbarazzo. Salvo dirsi «paralizzata dall’imbarazzo» il giorno seguente. E ritrattare quello ancora dopo.

Immediata la coda di polemiche sul maschilismo e il machismo, sul ruolo della donna in Italia. Sul perché nessuno, «o meglio qualcuna gli dicesse la vecchia frase “ma come si permette, maiale?”, tratta dal repertorio immortale della lotta alle molestie di strada» (Michele Serra su Repubblica del 12 febbraio), piuttosto che stare al gioco come se si trattasse di due vecchi amici davanti a una birra al bar a vantarsi di mirabolanti prestazioni sessuali.

C’è qualcosa, in questo che è stato definito «innocente siparietto», che la dice lunga. Più che su come sia il maschio italiano (si spera che l’ex premier sia una triste eccezione) su quale crinale si sia avventurata una parte della popolazione femminile. A sfidare il maschio sul suo stesso campo pur di non essergli da meno. Pur di avere pari dignità. 

È una delle critiche più frequenti al femminismo: non essere stato in grado di far conquistare alla specificità femminile pari dignità e ruolo di quella maschile, ma essersi limitata a omologare la femminilità alle qualità maschili. 

Insomma che il mondo non si sia “femminilizzato” grazie a decenni di conquiste, ma che siano state le donne a “mascolinizzarsi” per farsi posto nel mondo.

Un esempio? Lo dà Massimo Gramellini su La Stampa nella sua rubrica quotidiana. «Chiedo scusa se non esulto alla notizia che l’esercito americano consentirà alle donne soldato di combattere in prima linea. La parità nell’uccidere non mi sembra una grande parità. La parità nel drogarsi per superare la paura di dare e ricevere morte. La parità nel parlare come il caporale di Full Metal Jacket. Non era questo il percorso che noi femministi sognavamo. Noi sognavamo un mondo meno aggressivo, dove fossero le donne a contaminare il modello degli uomini e non viceversa».

Se non bastasse, ci si mette anche la medicina a dire la sua. E un “semplice” studio epidemiologico riesce a leggere un fenomeno culturale e sociale più di mille riflessioni. Arriva dall’Italia (a condurlo ricercatori dell’Istituto Mario Negri, dell’Università degli Studi di Milano e dell’Università di Losanna che lo hanno pubblicato su Annals of Oncology) e dice con numeri chiari e netti che entro il 2015 in Europa le donne morte per tumore al polmone supereranno quelle decedute per cancro al seno. 

C’è poco da filosofeggiare in questo caso. Questo epocale cambiamento epidemiologico non è il frutto di astrusi fenomeni biologici o di sottili processi evolutivi. È banalmente il risultato dell’abitudine di fumare che è ormai, tra le donne, diffusa quanto (e in alcuni casi più) che negli uomini.

Un’abitudine che a lungo è stata il simbolo di una conquista: quella della parità tra i generi. Ora è la medicina, con numeri che sono carichi di simboli (cosa c’è di più femminile del seno?), che si fa carico di ricordare che forse c’è stato qualcosa di sbagliato nella strada che ha preso l’emancipazione femminile.

Per saperne di più

  • M Malvezzi et al. European cancer mortality predictions for the year 2013. Ann Oncol. 2013 Feb 12

Commenti

Inviato da Alfonso mele (non verificato) il
Bene Michienzi! Hai colto un aspetto poco sottolineato. Interessanti i collegamenti fatti.

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