Recitava una vecchia battuta che girava negli anni Settanta nei primi open space delle redazioni dei giornali: “Il problema non è difendere la propria privacy, è difendersi dalla privacy degli altri”.
Con una punta di cinismo la stessa battuta può essere applicata oggi all’ondata di popolarità che sembrano godere i malati di tumore.
Sempre più libri vengono pubblicati – gentilmente postumi – per raccontare le proprie vicissitudini di paziente oncologico. E sempre più spazio viene ricavato dall’estensibile web per presentare le storie di malati di tumore.
I giornali anglosassoni sono su questa lunghezza d’onda già da molti anni, ma per quelli latini è diverso. La cronicizzazione di molti tumori e l’arrivo in età anziana (o comunque in età pericolosa) di classi sempre più scolarizzate ha però sfondato anche da noi il tabù del cancro e della paura (disgusto, rifiuto, amnesia) che genera.
L’ultima testimonianza di questa new age oncologica è Repubblica.it che dedica una sezione proprio ai racconti in prima persona di storie di tumore. Una lettura che sta diventando un genere e su cui sarà interessante riflettere analizzandone la grammatica e la retorica.

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