La storia ha inizio nel 2006. Paolo Zamboni, chirurgo vascolare, ipotizza che la sclerosi multipla possa essere connessa ad accumuli di ferro conseguenti ad anomalie dei vasi sanguigni del collo. Poco dopo l’anomalia anatomica e funzionale riceve dignità nosologica. Viene definita insufficienza venosa cronica cerebrospinale (Ccsvi).
All’origine si ipotizza che la Ccsvi possa essere la causa prima della malattia neurologica. Basta poco e la ricerca fa svanire la correlazione causale: la Ccsvi diventa un elemento che peggiora la sintomatologia.
La comunità scientifica si spacca. Da una parte i sostenitori, dall’altra i detrattori dell’ipotesi Zamboni, mentre in tutto il mondo la correlazione tra Ccsvi e sclerosi multipla si stampa a fuoco nella mente dei malati.
Persone affette da una malattia di cui fino ad allora non erano state identificate cause chiare né trattamenti risolutivi si ritrovano in un batter d’occhio con la causa e la soluzione del proprio male a portata di mano: basta “disostruire” le vene difettose per ristabilire il corretto flusso sanguigno. «Non servirà a guarire dei danni neurologici pregressi, ma fermerà la progressione della malattia o comunque migliorerà di molto la sintomatologia», si disse all’epoca.
E così mentre i malati affollavano le cliniche (che nel frattempo avevano inserito nel loro menù l’intervento di “liberazione”) o i reparti dove qualche medico aveva iniziato a eseguire l’intervento, il Servizio sanitario e la comunità scientifica cercavano di fare chiarezza con studi che verificassero sia la plausibilità della correlazione tra Ccsvi e sclerosi multipla, sia l’efficacia dell’intervento prospettato dai fautori dell’ipotesi.
Nei giorni scorsi dal congresso annuale dell’European Committee for Treatment and Research in Multiple Sclerosis proprio uno di questi studi è stato la miccia che ha riacceso le polemiche.
È una ricerca italiana (CoSMo), fortemente voluta dall’Associazione italiana sclerosi multipla (Aism) che l’ha inoltre finanziata, e si sperava potesse fare chiarezza dando dati affidabili sulla prevalenza della Ccsvi nella popolazione generale, in quella affetta da sclerosi multipla e in persone affette da altre malattie neurologiche. In totale sono state coinvolte oltre 1700 le persone, due terzi delle quali con sclerosi multipla.
I dati sembrano senza appello. Il 97 per cento delle persone affette dalla malattia non ha l’anomalia vascolare ipotizzata da Zamboni.
Il presidente della Società italiana di neurologia, principal investigator dello studio, non ha tardato a sentenziare che tra Ccsvi e sclerosi multipla non esiste legame di nessun tipo. «Da diverso tempo - ha dichiarato Giancarlo Comi - per una serie di consistenti motivi ampiamente documentati dalle pubblicazioni scientifiche, la comunità scientifica aveva già escluso l’idea che la Ccsvi potesse essere la causa della sclerosi multipla. Ma molti di noi ricercatori scientifici avevano ritenuto di non poter escludere a priori che questa condizione potesse avere qualche ruolo, anche secondario, tra i diversi e molteplici fattori che sono in gioco nel determinare l’evoluzione della sclerosi multipla. I risultati di CoSMo evidenziano che non c’è alcuna possibilità neppure per questo ruolo minore della Ccsvi nella sclerosi multipla. Non c’è nessun motivo che possa indurre a curare la Ccsvi per curare la sclerosi multipla».
Partita chiusa?
Neanche per sogno. Mentre i quotidiani di tutto il mondo pubblicavano la notizia del Game Over dell’ipotesi Zamboni, lo stesso chirurgo ferrarese, con un’intervista ad Avvenire, smontava dalle fondamenta lo studio CoSMo. «Non mi aspettavo nulla di diverso. Del resto lo studio CoSMo è viziato da un difetto d’origine».
Il peccato originale, secondo Zamboni, è tutto nel metodo della ricerca. «Da questo studio io uscii in fase di progettazione, perché sapevo che la metodologia proposta avrebbe portato a questo risultato negativo. Il problema è che il sistema più semplice per fare diagnosi è l’ecodoppler, ma è un metodo in cui c’è una grande variabilità di risultati dipendenti dall’operatore, in cui il giudizio deriva da una sua interpretazione sui dati. Avevamo proposto di far effettuare l’esame da un angiologo o un radiologo vascolare, più esperto nella materia; viceversa i neurologi hanno voluto avocare a sé la gestione e hanno fatto fare un programma di formazione per personale neurologico, ma l’esame ecodoppler è molto complesso».
Insomma, per Zamboni, gli angiologi che rappresentano la categoria professionale che meglio sa svolgere l’esame, sono stati esclusi. Ecco perché i neurologi hanno identificato la Cccsvi soltanto in tre pazienti su cento. Invece, ha precisato il chirurgo, «la presenza della Ccsvi in pazienti con sclerosi multipla è confermata dagli scienziati dell’area cardiovascolare in una quota variabile tra il 60 e il 100 per cento dei casi», dice il medico. La conclusione è che lo studio è da cestinare.
Così quella che doveva mettere la parola fine a una storia che si trascina da più di un lustro è diventata l’ennesima tappa di un percorso che sembra senza fine con due schieramenti l’un contro l’altro armati. Gli uni (i pro Ccsvi) contestano agli altri di voler ostacolare la libertà di ricerca scientifica, gli altri di contrapporre le opinioni ai fatti della ricerca scientifica.
In mezzo c’è l’utilizzo di armi sofisticate, quasi non convenzionali. Contestare il metodo significa infatti delegittimare qualunque studio e quindi bollare come inaffidabile ogni risultato conseguito (qualcosa del genere è successo nel campo dello screening per il cancro al seno). Così alla fine tutti hanno ragione e nessuno ha ragione. Ogni tesi ha la stessa dignità. La verità scientifica ne esce a pezzi. E a farci le spese sono i soliti noti.

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