Nei giorni scorsi, l’Eurispes ha presentato il suo rapporto annuale mettendo in luce un dato che sembra ormai acquisito da tempo: sui temi etici la politica si trova a una distanza abissale dalla società civile.
Se sia per mancanza di sensibilità o per semplice opportunità non è dato sapersi. Quel che sembra certo è che le priorità dei due mondi divergono abbondantemente.
Prendi l’eutanasia. Un tema tabù, silenziato se non nelle rare occasioni in cui un caso di cronaca lo riporti a galla.
Secondo l’annuale rilevazione dell’Istituto di Studi Politici, Economici e Sociali 65 italiani su 100 sono favorevoli, con un aumento di quasi il 30 per cento rispetto allo scorso anno.
Aumenta anche la proporzione di italiani favorevoli al suicidio assistito (cioè la possibilità che si possa ottenere la morte con un intervento medico anche in assenza di malattie). Sono ancora una minoranza (il 36%, ma in chi si dichiara vicino alle idee di sinistra sfiora il 75%). Il loro numero è però cresciuto del 50 per cento in un anno.
I tempi, insomma, sembrano maturi per aprire un dibattito sereno su questi temi. Rimandarlo ulteriormente non farebbe altro che ampliare il solco tra le stanze dei bottoni e la pancia del Paese. Adottare norme senza un confronto rischierebbe invece di produrre soluzioni rabberciate e frettolose.
Fuori dall’Italia, il tema dell’eutanasia sta tornando in queste settimane all’ordine del giorno. In Quebec è allo studio una norma che legalizzi la morte assistita. Ma sembra che il processo legislativo, per il momento, si sia impantanato, alla ricerca di un difficile equilibrio tra il diritto a ottenere la morte e la prevenzione di un eccessivo ricorso alla pratica.
Il timore è che, rotti gli argini, la morte assistita possa dilagare. Lo spettro che incombe è quello del Belgio, dove, dopo la legalizzazione nel 2002, i criteri per ottenere la “buona morte” si sono molto allentati. Tanto che oggi per richiederla è sufficiente sostenere di provare una «sofferenza fisica e/o psichica costante, insopportabile, inesauribile».
Così, nelle scorse settimane, sono finite tra le mani del ministro della Giustizia belga le domande di suicidio assistito di cinque detenuti.
Nessuna ragione di salute: soltanto l’insopportabile sofferenza della vita carceraria a giustificare la richiesta.

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