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«Italiani, ma come fate a vivere così a lungo?»

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Pubblicato il 15/03/2026

«Fumano più di noi. Guadagnano meno di noi. La loro economia è peggiore della nostra. Spendono meno in salute. Eppure vivono più di noi. Non giusto un pochino, ma in media 18 mesi in più».

Sta in queste 35 parole introduttive di un articolo pubblicato on line dalla Bbc tutta la curiosità mista a disappunto che affligge gli inglesi.

«Come fanno gli italiani?». Ed è questa domanda che il giornalista inglese ha rivolto alla direttrice del Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute dell’Istituto Superiore di Sanità Stefania Salmaso. 

Il segreto è negli stili di vita

Per la direttrice del Cnesps le ragioni del vantaggio italiano («Non ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati») sono il frutto di dinamiche non recentissime: ha giocato un ruolo decisivo la cosiddetta transizione epidemiologica che ha migliorato complessivamente le condizioni della vita in Italia. In particolare per quanto riguarda le abitudini alimentari «A partire dagli anni sessanta, la dieta degli italiani è notevolmente migliorata, arricchendosi di frutta e verdura fresca, pesce e diventando più varia. Inoltre, l’olio d’oliva è parte della tradizione alimentare della dieta mediterranea, mentre nella dieta britannica prevalgono i grassi di origine animale».

Per Salmaso, anche le modalità del bere sono radicalmente diverse: in Italia domina il consumo di vino ai pasti, nel Regno Unito si preferiscono, oltre alla birra, i superalcolici, e il binge drinking è una drammatica realtà. Ma su questo aspetto non ci si deve illudere: «Queste abitudini stanno cambiando rapidamente specie tra i giovani e rappresentano una minaccia per la salute pubblica con un possibile forte impatto in futuro».

«Un contributo importante alla salute degli italiani - ha aggiunto - deriva anche dalle iniziative istituzionali di promozione di stili di vita salutari come Guadagnare Salute e di monitoraggio finalizzato alla programmazione degli interventi sanitari rappresentata dal sistema di Sorveglianza PASSI».

I numeri

A stimolare la curiosità inglese è stata la pubblicazione nelle settimane scorse del Global of Disease Study 2010 una raccolta di studi epidemiologici e commenti a cui The Lancet nel dicembre scorso ha pubblicato un intero numero, tornando sull’argomento nelle scorse settimane con la pubblicazione dei risultati nazione per nazione.

Il Global of Disease Study è la più ampia indagine mai effettuata per descrivere su scala mondiale la distribuzione e le cause delle malattie e dei loro fattori di rischio. Ha richiesto 5 anni di lavoro e coinvolto 486 ricercatori appartenenti a 303 enti in 50 nazioni. 

È stato coordinato dall’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) dell’Università di Washington con la collaborazione dell’Università del Queensland, l’Harvard School of Public Health, la Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, l’Università di Tokyo, l’Imperial College London e l’Organizzazione mondiale della Sanità.  

«Per i decisori, i ricercatori, i cittadini informati, l’approccio del Global burden fornisce l’opportunità di osservare l’intero quadro, per confrontare le malattie e i fattori di rischio e per comprendere, in un determinato contesto (luogo, tempo, età, genere) quali siano i principali determinanti alla perdita di salute», ha detto il direttore dell’IHME, Chris Murray, che ha la paternità del QALY (Quality Adjusted Life Year) l’unità di misura che determina gli anni di vita guadagnati tenendo conto della qualità della vita e consente quindi di combinare in un unico “numero” le stime di mortalità e morbilità.

Il GBD 2010 disegna un mondo in cui malattie infettive, materno-infantili e malnutrizione si stanno gradatamente riducendo. Ogni anno muoiono parecchi bambini in meno, ma cresce il numero dei giovani e degli adulti che si ammalano e perdono la vita per malattie croniche degenerative (non-communicable diseases) che sono ormai la causa dominate di mortalità e disabilità in tutto il mondo. Il risultato finale è che, se dal 1970 la popolazione mondiale ha migliorato la propria aspettativa di vita di circa una decade, per gran parte di questi anni non godrà di buona salute.

L’Italia come sta?

Anche se la salute dell’azienda Italia ultimamente non è entusiasmante, quella dei suoi cittadini è in netto miglioramento (guarda le tavole), stando ai dati del GBD 2010.   

L’Italia è seconda come aspettativa di vita, prima tra le nazioni europee e superata solo dal Giappone nel mondo. La longevità (circa 81,5 anni), inoltre, si accompagna a condizioni di salute buone e quindi a periodi limitati di disabilità.    

I maggiori fattori di rischio restano quelli legati alle abitudini alimentari, all’ipertensione arteriosa e al fumo di tabacco. Quest’ultimo, come fumo passivo, pesa significativamente anche sulla salute in età pediatrica. 

Le cause principali di mortalità prematura continuano a essere le malattie cardio e cerebrovascolari e i tumori delle vie respiratorie. Buone notizie arrivano sul fronte della cirrosi, diminuita del 38% come fattore di morbilità dal 1990 al 2010.

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