«Sto valutando di separare la mia posizione da quella dell’azienda e di chiedere con l’ausilio di un mio avvocato i danni morali al paziente e, soprattutto, al suo avvocato. Perché mi risulta, da un’analisi che ho compiuto con il mio avvocato e dalla letteratura, che l’avvocato ha degli obblighi contrattuali ben precisi con il proprio cliente. Deve comportarsi in modo corretto nel suggerirgli se proseguire o meno un’azione di tipo risarcitorio e qualora non ci siano elementi che supportano una decisione ben motivata in questo senso si rende partecipe del procurare un danno morale al sottoscritto».
Queste le parole del dirigente struttura complessa di Chirurgia dell’Ospedale di Merate Paolo Pignoli ai microfoni della giornalista Paola Bachiddu (vai all'inchiesta) che danno conto del rischio di una “controderiva” della medicina: dalla medicina difensiva a quella controffensiva. I medici, insomma, corrono ai ripari contro le denunce, talvolta, troppo facili e lo fanno usando gli stessi mezzi del paziente: le vie legali. Difficile prevedere se la tentazione di Paolo Pignoli diventerà una tendenza comune alla categoria medica. Di certo, il rischio è reale.
Altrettanto concreto il pericolo che un fenomeno di grande complessità venga interpretato semplicisticamente nella dicotomia tra colpevoli e innocenti. Fenomeno che, per inciso, ormai costa un fiume di esami (e talvolta farmaci) inutili ai pazienti e qualcosa come 12 miliardi e mezzo di euro l’anno alle casse del servizio sanitario nazionale.
Nei giorni scorsi a rinfocolare il dibattito ci ha pensato Umberto Veronesi, ospite del programma Otto e mezzo in onda su La7. La domanda di Lilli Gruber era secca: «lei ha detto: “oggi in sala operatoria il codice penale prende spesso il posto del giuramento di Ippocrate”. È colpa dei medici o dei pazienti?». L’oncologo, come riportato dal primario di Pneumologia del Careggi di Firenze Andrea Lopes Pegna su SaluteInternazionale, ha risposto: «Di ambedue; ormai i pazienti sono sempre più informati; oggi con internet in mezz’ora sanno tutto della loro malattia, quasi più dei medici che dovranno esaminarli e questo li mette in una condizione di forte capacità critica nei confronti delle cure che il medico fa. I pazienti sono pronti quindi a rivendicare un ipotetico danno subìto portando il medico in tribunale; il medico da parte sua, terrorizzato di questo andamento, si protegge sempre di più, e questo si chiama medicina difensiva. Nell’incertezza di non fare qualche esame o di non fare tutti gli esami necessari, il medico curante oggi prescrive tutti gli esami; il chirurgo di fronte a un intervento che potrebbe non andare perfettamente bene preferisce rinunciare all’intervento, nella paura di una causa legale, danneggiando così il paziente. Ci sono quindi vantaggi e svantaggi di fronte a questo acculturamento del paziente. Penso comunque che questo sia un vantaggio, perché da un lato il paziente é più partecipativo e collaborativo, dall’altro i medici si sentono gli occhi addosso, e sono più attenti a rispettare i diritti del malato».
I numeri dicono che non sempre è questo il comportamento del medico. Mentre sul versante del paziente, forse, non sempre maggiore informazione equivale a migliore informazione.
Per saperne di più
L’inchiesta sulla medicina difensiva di Paola Bacchiddu
Medicina difensiva. Colpa dei medici o dei pazienti? Su SaluteInternazionale
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Commenti
Dispiace affermarlo, ma
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