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Comunicare la salute senza pregiudizi. Una sfida impossibile?

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Pubblicato il 09/12/2025

Si è tenuto lo scorso 25 novembre a Milano la Conferenza sulla Comunicazione per la Salute 2011. E all’evento, promosso dal Centro Universitario di Ricerca sugli Aspetti comunicativo relazionali in medicina, è stato presente anche Janus che in una sessione dal titolo “È possibile una comunicazione non dogmatica sulla salute?” ha cercato di stimolare il dibattito su alcuni luoghi comuni della medicina. 

Concetti, su cui il senso comune si è adagiato, sospendendo il più delle volte la riflessione critica. 

Qualche esempio? Basterà pensare a quanto sia comune e mal riposta la convinzione che nuovo e migliore in medicina siano concetti sovrapponibili o che fare di più aiuti a guarire e a migliorare la qualità della vita o, ancora, che scoprire una “malattia” prima che si manifesti attraverso i sintomi, sia sempre utile. 

Non è così: queste convinzioni, che inducono ad aumentare i consumi sanitari, sono in realtà il risultato di condizionamenti culturali e di pressioni economiche da cui non è facile sottrarsi.

E che dire del pregiudizio della crescita? In campo economico da almeno un decennio vacilla l’idea che soltanto una costante crescita economica possa garantire il benessere. Trasposto in medicina, il concetto di crescita assume il significato di ricerca spasmodica dell’innovazione tecnologica, diagnostica e terapeutica, finalizzate il più delle volte al “sostegno” dell’infermità piuttosto, ad esempio, che in politiche di prevenzione è cosa che condiziona pesantemente il destino della comunità. 

Ma è veramente questa crescita che, in medicina così come in economia, offrirà i maggiori guadagni in termini di salute?

Nel corso della sessione ce ne sarà anche per l’empowerment, il must che ha sancito la fine paternalismo che ha caratterizzato i primi 25 secoli di medicina, da Ippocrate in poi. È oggi la parola d’ordine, che si tratti di vaccinazioni o delle strategie di contrasto alle malattie croniche dove i comportamenti individuali e gli stili di vita hanno un peso significativo sull’evoluzione delle malattie. 

Ma le scelte sono realmente frutto di consapevolezza o della maggior efficacia comunicativa dei diversi soggetti che puntano al coinvolgimento delle persone?

 

Commenti

Inviato da Marco Petrella (non verificato) il
E' importante problematizzare i termini della comunicazione, anche e soprattutto le parole d'ordine che appaiono più risolutive, come quella dell'enpowerment, ch etentano di fornire una chiave unica di soluzione per un tema che invece va sempre visto nelalsua complessità (parliamo di gente che sta male o teme di star male e di gente che presume di dover cirare e spesso teme di non poterlo fare)

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