Quali strumenti ha un sistema sanitario per disincentivare l’adozione di stili di vita poco salutari? È etico o un estremo caso di paternalismo sanzionare le cattive abitudini oggi per prevenire le malattie di domani? E quando gli stili di vita dannosi riguardano i bambini a chi compete la responsabilità?
Arriva da Dundee, in Scozia, il caso che solleva le domande: quattro bambini obesi, tra cui un undicenne che pesa 100 chili, potrebbero essere tolti alla famiglia e dati in affidamento, forse definitivo, dai servizi sociali.
La ragione principale è proprio la presunta incapacità dei genitori di far perdere peso ai figli attraverso comportamenti salutari, al punto che l’obesità è stata paragonata a maltrattamento di minore.
La decisione, di cui ha dato notizia la stampa britannica, è stata presa lo scorso settembre dopo gli insuccessi di una serie di programmi adottati per far perdere peso ai bambini.
Il caso non ha mancato di sollevare interrogativi: se l’allontanamento di un minore dal proprio ambiente familiare è un intervento estremo, è pur vero che una condizione di forte obesità nell’infanzia espone a seri rischi di salute nell’età adulta. Il problema, però, non è di facile soluzione. Come sottolinea Angela Giusti del Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute dell’Istituto superiore di sanità, un bambino italiano su 3 è in sovrappeso o obeso, e, secondo i risultati del progetto OKkio alla Salute, le cattive abitudini alimentari sono associate a un basso livello socio-economico delle famiglie, al costo elevato degli alimenti di qualità e al marketing pubblicitario. Non solo di scelte individuali, dunque, si tratta. Per questo i programmi sanitari da soli non bastano e vanno integrati con opportune strategie politiche, economiche e ambientali per arginare un fenomeno le cui cause sono solo parzialmente di natura comportamentale.

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