Pensano che la gravidanza non sia una malattia, ma si sottopongono a più esami in quei soli nove mesi che nel resto della loro vita. Vorrebbero un parto naturale, ma senza il dolore che inevitabilmente questo comporta; si informano dove possono dare alla luce il figlio in acqua, ma poi chiedono la sala operatoria. Le donne di oggi non hanno le idee molto chiare su come dosare natura e medicina nell’esperienza della maternità. D’altra parte, sono le prime nella storia dell’umanità a dover compiere scelte di questo tipo. Per centinaia di migliaia di anni non c’è stata alternativa. Innumerevoli vite di mamme e bambini sono state sacrificate sull’altare dell’ardua equazione che definisce la peculiarità di Homo Sapiens rispetto alle altre specie, capaci di dare alla luce i loro piccoli senza troppi rischi e senza troppo dolore: il progressivo aumento del diametro del cranio nell’evoluzione dell’uomo si andava via via a scontrare con il restringimento del bacino legato all’assunzione della posizione eretta.
I meriti della “medicalizzazione”
Ancora negli anni quaranta, in Italia, moriva più di un bambino ogni cento nati vivi. Il tasso di mortalità infantile, che riguarda tutto il primo anno di vita - ma la cui quota più rilevante è data proprio dal momento cruciale della nascita e dei giorni immediatamente successivi – è oggi intorno ai 3,5 decessi ogni mille nati vivi. Altrove, dove non è disponibile o diffusa un’adeguata assistenza al parto, la mortalità materno infantile è invece ancora altissima. Uno studio pubblicato nel 2010 su the Lancet e relativo a 187 paesi riferisce che ancora oggi nel mondo muoiono più di tre milioni di bambini al momento della nascita e 2,3 nel primo mese di età. Quasi la metà degli eventi più strettamente correlati alla nascita, 1,2 milioni, si verificano durante il travaglio e sono quindi più strettamente riconducibili alla mancanza di un’assistenza qualificata, come dimostra anche il fatto che nei due terzi dei casi avvengono in zone rurali. I rischi riguardano anche le madri: il triste primato dei più alti tassi di mortalità materna è detenuto, secondo dati Unicef, dalla Sierra Leone, dove muoiono per cause legate alla gravidanza e al parto più di 2 donne ogni 100 bambini nati vivi. In Italia, secondo i dati Istat, si sono verificati 3 decessi materni ogni 100.000 nascite nel periodo 1998-2007, sebbene uno studio dell’Istituto superiore di sanità abbia messo in luce che questo dato potrebbe essere sottostimato in maniera anche rilevante.
Tanti fastidi inutili
Nessuno può quindi negare che la cosiddetta “medicalizzazione” del parto, di cui fa parte anche la possibilità di ricorrere al taglio cesareo quando occorre, abbia contribuito a rendere la maternità più sicura. Il punto oggi è capire quali siano davvero utili a questo scopo tra le pratiche introdotte a tappeto negli anni sessanta. Negli ultimi decenni le donne hanno giustamente cercato di riappropriarsi di questo momento in cui sentono di dover essere protagoniste, e non solo oggetti passivi. Progressivamente sono state messe in discussioni procedure senza nessuna base scientifica che erano entrate nella routine e che possono risultare inutilmente fastidiose per la partoriente, come l’obbligo di digiuno e il divieto perfino di bere, la tricotomia, il clistere o l’episiotomia, quando non se ne presenti l’effettiva necessità. Il monitoraggio continuo delle contrazioni uterine e del battito cardiaco fetale durante tutto il travaglio, che costringeva a stare ferme nel letto, con il rumore della macchina che amplificava le sensazioni dolorose, ha lasciato il posto a controlli periodici e alla possibilità di camminare e assumere le posizioni preferite. Nella maggior parte degli ospedali questi cambiamenti sono ormai consolidati, così come è divenuta prassi comune la possibilità per il padre (o un’altra persona cara) di assistere la compagna per tutto il tempo del travaglio e del parto. Anche al rapporto tra mamma e bambino, un tempo separati alla nascita, è sempre più spesso consentito di conservare per quanto possibile la simbiosi della gestazione: il piccolo viene subito attaccato al seno e la possibilità del rooming-in,cioè di tenerlo accanto a sé 24 ore su 24, come è evidente richiederebbe la natura, sta faticosamente entrando nell’organizzazione dei reparti.
Spinte opposte sulla nascita
Nonostante queste innegabili conquiste la nascita in ospedale conserva una dimensione inevitabilmente “medica”. La donna è comunque in un ambiente estraneo e costruito su misura della patologia. Anche nei migliori casi, quando le indicazioni del primario o della struttura sono orientate a un maggior rispetto della donna, delle sue esigenze e desideri, le buone intenzioni delle linee guida si possono scontrare con la rigidità di singoli operatori di vecchia scuola. Ma più si diffonde una diversa cultura del parto, un ritorno alla sua dimensione di naturalità, grazie soprattutto all’attività delle ostetriche e all’esperienza positiva di donne che testimoniano un diverso vissuto di questo evento cruciale nella loro vita, più diventa difficile adeguarsi a un sistema che fino a pochi anni fa andava semplicemente accettato come inevitabile.
Assistiamo così a questo paradosso: da un lato l’Italia, con il suo 38 per cento di nascite in sala operatoria, ha il record europeo dei cesarei, che in una percentuale variabile dal 4 al 18 per cento del totale si stima siano effettuati senza un’indicazione medica, ma semplicemente su richiesta della madre; dall’altro cresce la pressione dell’opinione pubblica femminile per inserire nel parto definito “fisiologico” o “naturale”, in opposizione a quello chirurgico, elementi che lo rendano fisiologico e naturale davvero, fino al punto di poter avvenire in casa, non in ospedale.
In mezzo a questi due estremi ci sono procedure come il travaglio e il parto in acqua, che potrebbe essere discutibile definire naturali in senso stretto, essendo gli esseri umani animali terrestri, e l’analgesia con l’epidurale, che è quanto di meno naturale si possa immaginare, ma è vista con grande favore dalle donne, per rendere meno traumatica l’esperienza del parto, ma anche dagli addetti ai lavori, nella speranza che possa contribuire a ridurre il ricorso al bisturi.
Prima di tutto, la sicurezza
In tutto questo dibattito, anche volendo rispettare la scelta delle donne di partorire come preferiscono, con un taglio cesareo programmato in ospedale, o nella vasca da bagno di casa, il punto del contendere è la sicurezza. La scelta del cesareo è spesso sostenuta dalla convinzione che garantisca meglio la salute di mamma e bambino, anche se i dati dicono il contrario: come hanno ribadito le recenti Linee guida pubblicate dal Sistema nazionale linee guida (Snlg) dell’Istituto Superiore di Sanità, per quanto molto più sicuro oggi che cinquant’anni fa, il cesareo è sempre un intervento chirurgico con il suo carico di complicanze immediate e a lungo termine, che deve essere controbilanciato da indicazioni mediche precise. Su questo assioma in teoria sono tutti d’accordo, anche se poi ognuno lo interpreta a modo suo.
Molta più incertezza regna invece sul tema del parto in casa, su cui gli esperti si spaccano in due: da un lato chi sostiene che, se non ci sono controindicazioni, i rischi siano esattamente gli stessi; dall’altro chi invece ritiene da irresponsabili questa opzione.
Mancano in questo caso dati inequivocabili sulla mortalità infantile, come ha ammesso nel 2007 un documento del National Institute for Clinical Excellence. Altri studi e metanalisi successive, portate a riprova dell’identica sicurezza delle due location, sono state oggetto di critiche dal punto di vista metodologico.
Uno di questi, pubblicato sul British Journal of Obstetrics and Gynaecology e condotto in Olanda, dove un bambino su tre viene alla luce a casa sua, ha voluto verificare su oltre 530.000 partorienti se fosse questa abitudine a determinare l’elevata mortalità materna e alla nascita registrata in questo Paese: dall’analisi non sono emerse tuttavia differenze significative tra casa e ospedale, per cui la negatività del parametro è stata attribuita all’elevata età media delle madri, all’alto tasso di immigrazione, alla notevole percentuale di parti gemellari favoriti dalle tecniche di procreazione assistita. Un altro paradosso in termini di naturalità.
La ricerca di un compromesso
Quel che è certo è che il parto in casa, oltre ad aumentare la soddisfazione della donna, riduce il ricorso a tagli cesarei o altre procedure mediche inappropriate, ma anche all’analgesia. Il dolore del parto ha infatti un’importante componente fisica ma è condizionato anche da fattori emotivi: il fatto di sentirsi a proprio agio in un ambiente familiare, il supporto dei propri cari, il sostegno dedicato delle ostetriche, la completa libertà di rilassarsi in vasca da bagno piuttosto che distrarsi nel proprio ambiente, ma soprattutto la sensazione di essere protagonista dell’evento, aiuta a rivestire anche l’esperienza dolorosa di componenti positive. A tutt’oggi però in Italia, la percentuale di donne che sceglie di dare alla luce il proprio bambino in casa è una sparuta minoranza. I parti a domicilio rappresentano infatti lo 0,2 per cento del totale, tra i 1.000 e i 1.500 l’anno, secondo uno studio condotto recentemente dall’Istituto Mario Negri di Milano. A scoraggiare le donne non è solo la paura di dover correre in ospedale, che comunque non deve distare più di mezz’ora, ma anche il costo. Sono ancora poche infatti le Regioni che rimborsano, almeno parzialmente, l’assistenza ostetrica a domicilio, che può venire a costare tra i 2.000 e i 3.000 euro. Così come poche sono ancora le Case del parto, strutture totalmente gestite da ostetriche dove è garantita una nascita altrettanto naturale che a casa propria. La strada che per ora pare avere la meglio in Italia è quella del compromesso tra naturalità e sicurezza: molti ospedali hanno predisposto locali accoglienti, arredati in modo da non sembrare stanze d’ospedale, dove la donna può vivere travaglio e parto in libertà, insieme con il partner, con l’appoggio dell’ostetrica, senza nessun intervento medico. Che però può subentrare in pochi minuti in caso di necessità.

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