Gli operatori sanitari dei reparti di terapie infantili neonatali (Tin) che si prendono cura di bambini portatori di patologie rare, invalidanti e molto spesso a esito incerto, sono solitamente soli con i propri dubbi in mancanza di spazi di confronto che li possano sostenere di fronte ai problemi etici e alle dinamiche relazionali implicate nel loro lavoro.
Per rispondere al bisogno di condivisione delle valenze emozionali emergenti sul campo e a quello di sostegno nelle scelte etiche che si trovano a dover prendere, gli operatori del dipartimento di Neonatologia medica e chirurgica dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma hanno sentito l’esigenza di avviare una discussione tra le diverse figure professionali attraverso la realizzazione di un gruppo di riflessione sui casi clinici, guidato dalle due psicologhe che seguono i genitori dei bambini ricoverati in Tin.
L’intenzione era quella di promuovere la creazione di uno spazio dove poter divenire consapevoli della significatività delle proprie emozioni di operatori nelle scelte terapeutiche. Ogni incontro, incentrato sulle dinamiche relative a un particolare caso clinico, è stato pensato come propedeutico a uno con un esperto di bioetica, con il quale poter condividere i conflitti morali che si vivono nel proprio lavoro.
Il dissidio tra il sentire e il pensare
Il contatto con il neonato evoca due livelli di conoscenza, una oggettiva, che consente di riflettere sul quadro clinico e delineare un percorso di cura, e una conoscenza che ha a che fare con l’effetto percettivo ed emozionale che quel bambino suscita.
Quello che in genere accade è che queste due dimensioni incommensurabili operino scisse nelle terapie intensive neonatali, sebbene entrambe contribuiscano a determinare le scelte degli operatori e quindi le loro azioni.
Apparentemente in Tin vige una specie di dittatura che vede al potere, come autorità ufficiali, il pensare e il fare, che mettono apparentemente a tacere le emozioni dilaganti, evocate dalle situazioni limite con cui ci si confronta.
Tuttavia, il fare degli operatori in Tin è fortemente contaminato dalle emozioni che circolano nel campo, emozioni che in genere essi non si soffermano a considerare e narrare attraverso un linguaggio narrativo e metaforico, cogliendo in esse il movente delle proprie azioni.
La sconfitta di fronte alla morte
Può accadere, per esempio, che l’operatore di turno rianimi un bambino in fin di vita con una prognosi infausta, anche se in equipe si era scelto che per il bene di quel bambino era opportuno non procedere a rianimazioni eroiche. Le motivazioni dell’operatore possono essere molteplici: dalla considerazione dello stato genitoriale di fronte alla fine della vita di un figlio, alla pena per il bambino, alla stanchezza emotiva per l’ennesimo caso di decesso. Di fronte al piccolo paziente che sta soffocando, l’operatore si trova a dover attraversare il conflitto tra ciò che pensa sia giusto fare e ciò che sente urgere dentro di sé: sa che il bambino è destinato a morire e, contemporaneamente, prova angoscia e senso di colpa, come se lo stesse «lasciando morire».
La riflessione di gruppo può aiutare a contenere le emozioni e trasformare il senso di colpa, che nasce dalla sensazione di «lasciar morire» il bambino, nell’accettazione del suo morire e nel riconoscere che lo si sta «accompagnando, cercando di alleviarne il dolore».
Gli incontri focalizzati sull’esperienza emozionale rappresentano dunque uno spazio intermedio in cui può nascere un dialogo tra il pensare al paziente e il comprendere quali emozioni suscita nell’operatore il prendersi cura di lui e della sua famiglia.
Dalla Tin alle cure palliative
Dalle considerazioni nate durante gli incontri emerge chiaramente come la consapevolezza che non ci sono possibilità di guarigione, insieme al riconoscimento della sofferenza che implica il vivere per quel bambino, possano sostenere i membri dell’equipe curante nel portare avanti la scelta di passare dalle cure intensive a quelle palliative. Nelle terapie intensive l’angoscia di morte che aleggia spinge ad agire, a mettere in atto tutto ciò che tecnicamente è possibile per prolungare la vita e far sopravvivere il bambino. Scegliere di offrire le cure palliative comporta per l’operatore un compito diverso: quello di accompagnare il bambino nel delicato e misterioso passaggio dalla vita alla morte, accettando la presenza del limite e tenendo a mente che prendersi cura del neonato non significa impegnarsi a prolungarne la vita a ogni costo.
Le domande che sorgono in gruppo sono preziose e aiutano gli operatori a far dialogare, piuttosto che a sopprimere, la relazione tra il pensare e il sentire. Ecco quindi la domanda di fondo: «Cosa cambia in concreto dialogando?». Normalmente, quando nel mondo interno si genera un conflitto, le alternative fondamentali sono il prevalere di una parte sull’altra oppure la possibilità di un confronto. Lo scambio che si attiva tra il pensare e il sentire attraverso il dialogo è terapeutico, poiché il gruppo aiuta gli operatori a non essere più soli e a riconoscere le risonanze personali attivate da situazioni estreme, promuovendo l’emergere di possibilità nuove nell’agire professionale. La relazione, infatti, ha un potere trasformativo in quanto è capace di contaminare in modo fecondo le parti, promuovendo la creazione di una narrazione a più voci.

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