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Presidente, malato, testimonial

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Pubblicato il 02/02/2026

«Mi sono sempre chiesto, ogni attimo della mia vita, perché Dio mi abbia costretto su questa sedia. Ma quando leggo un senso di sconfitta negli occhi dei miei compatrioti, come adesso lo leggo nei vostri, allora penso che forse Egli mi abbia voluto umiliare per tempi come questi, in cui tutti dobbiamo ricordare a noi stessi chi siamo. Gente che non si darà mai per vinta o per spacciata».

«Con tutto il rispetto, signor Presidente, quello che lei chiede non si può fare...»

Franklin Delano Roosevelt, trentaduesimo presidente degli Stati Uniti d’America, libera le sue gambe dalla sedia a rotelle, le lascia andare sul pavimento, pianta le mani sui braccioli e si solleva. In uno sforzo titanico. In piedi, d’avanti a una platea esterrefatta.

«E lei viene a dire a me: “non si può fare”?», ribatte con voce tonante all’ufficiale incerto sulla capacità degli Stati Uniti di sferrare un attacco mortale al Giappone dopo Pearl Harbour.

Come mostra questo brano estratto del colossal Pearl Harbour, l’agiografia si mescola alla storia quando il protagonista del racconto è Roosevelt. Il presidente, che i più ricordano per essere stato quello in grado di rovesciare le sorti di una guerra il cui esito sembrava segnato dalla sua prima scintilla. O quello del New Deal, in grado di far rialzare gli Usa dalla Grande Depressione. O ancora, l’unico presidente in grado di farsi eleggere per ben quattro mandati alla Casa Bianca.

Roosevelt, presidente nonostante la malattia - la poliomielite - che a 39 anni gli aveva fatto perdere l’uso delle gambe e di cui molti americani, si dice, non sapessero assolutamente nulla.

UN RISVEGLIO DIFFICILE

Era il 10 agosto del 1921, raccontano i biografi. Il futuro presidente, rampollo di una famiglia dell’alta borghesia newyorkese, avvocato, già senatore e segretario alla Marina durante la presidenza di Woodrow Wilson nonché candidato (sconfitto) alla vicepresidenza nel 1920, si trovava in vacanza con la famiglia sull’isola di Campobello, un lembo di terra al confine settentrionale degli Usa. 

Rincasato dopo una giornata trascorsa all’aperto, accusa un malesse e va a letto. 

Comincia così l’odissea di Roosevelt. Il giorno seguente sta peggio: febbre alta e una forte debolezza alle gambe.

Passa ancora un giorno e non è in grado di stare in piedi. Occorreranno un paio di settimane e diversi medici prima che tale Robert Lovett faccia una diagnosi senza appello. Poliomielite. Malattia di cui oggi, nel mondo occidentale, non sono in molti ad avere un ricordo diretto. Ma che continua a colpire soprattutto nel Sud-Est asiatico. In realtà, nel 2003, le carte sono state rimescolate e un gruppo di scienziati americani ha ipotizzato che la malattia del presidente in realtà fosse non poliomielite ma sindrome di Guillain-Barré. Poco importa.

Roosevelt non si rassegna alla malattia. Nuota quasi quotidianamente. E dopo tre anni è di nuovo su un podio per un discorso politico. Lancia la nomination alla candidatura a presidente per il partito democratico di Alfred Smith. Ad accompagnarlo sul podio, il figlio, e un trucco che non lo lascerà per il resto dei suoi giorni: due speciali “gabbie” metalliche, nascoste sotto i pantaloni, che intrappolavano le sue gambe consentendogli di stare in piedi.

È armato di queste gabbie che Roosevelt completerà la scalata alla politica, diventando prima governatore dello Stato di New York e, poi, presidente degli Stati Uniti. Distinguendosi, in entrambi i ruoli, anche per l’impegno nei confronti della malattia e della disabilità.

WARM SPRINGS

Tuttavia, il ritorno alla politica non sarebbe forse stato possibile senza l’incontro di Roosevelt con Warm Springs, una località termale in Georgia le cui acque sembra siano state l’unica fonte di giovamento per il futuro presidente che le scopre per la prima volta nel 1924. Bastò il primo bagno per godere dei benefici delle acque calde: si racconta che riuscì a muovere la gamba destra.

Due anni dopo comprò l’intero stabilimento per farne, insieme ad alcuni amici, una struttura dedicata al trattamento delle vittime della poliomielite gestita da una fondazione no profit (la Warms Springs Foundation).

La Fondazione divenne da lì a breve la National Foundation for Infantile Paralysis e con l’ascesa politica di Roosevelt si trasformò in uno dei principali volani della lotta alla polio negli Usa.

Warm Springs, dal canto suo, diventò in breve tempo la meta dei malati di polio statunitensi e bastò poco per rendersi conto che mantenere una struttura simile richiedeva molte più risorse di quelle garantite dall’impegno filantropico della ristretta cerchia di amici di Roosevelt.

Quest’ultimo, intanto, prima da governatore dello Stato di New York e poi da presidente stava dando una connotazione ineditamente sociale al suo mandato.

IL PRESIDENTE CERCA FONDI

Fu così che l’ormai presidente inaugurò una delle prime iniziative di fund raising popolari a favore di una malattia che si ricordi. Riuscì a trasformare il suo compleanno, il 30 gennaio del 1934, in una festa collettiva con annessa raccolta fondi. Al motto di «Dance so that others may walk» («Balla, affinché altri possano camminare»), ben 4.376 comunità festeggiarono il compleanno del presidente raccogliendo più di un milione di dollari. Il 70 per cento di essi fu destinato al trattamento e all’assistenza delle vittime della polio che vivevano nella comunità in cui erano stati raccolti, il rimanente andò a Warm Springs. I Birthday Ball (questo il nome dato all’iniziativa) si ripeterono per tutta la durata della presidenza e il 30 gennaio divenne, nel calendario degli americani, un appuntamento fisso per raccogliere fondi per la ricerca e il trattamento della poliomielite.

«È splendido che un compleanno sia associato a un impegno come questo», si emoziona Roosevelt nel suo discorso alla radio in occasione del quinto Birthday Ball, il 30 gennaio del 1938. «È una cosa splendida pensare a cosa siamo stati in grado di fare nella nostra vita per contrastare una malattia di proporzioni epidemiche, per alleviare la sofferenza umana e per salvare vite. È stato grazie allo sforzo dell’intera nazione che la tubercolosi è stata messa sotto controllo. È stato grazie allo sforzo dell’intera nazione che il vaiolo e la difterite sono stati quasi eliminati. Oggi, i maggiori sforzi della medicina e della scienza sono diretti contro due altri flagelli, le cui vittime sono numerose oltre ogni immaginazione: il cancro e la paralisi infantile. In entrambi i casi, stiamo conducendo una battaglia come intera nazione e, credo, con crescente successo».

La membrana ormai era rotta. Coinvolgere la nazione nella lotta alla polio, da iniziativa occasionale diventa un modello di successo, assicurando al contrasto della malattia una cospicua quantità di denaro. Che tuttavia rimaneva insufficiente.

UN TESTIMONIAL PRESIDENZIALE

Nasce così, da una proposta della star della radio Eddie Cantor un’altra iniziativa senza precedenti. In cui Roosevelt fu sostenitore e testimonial discreto. Chiamata March of Dimes, marcia delle monete, il 30 gennaio del 1938 si svolge una maratona radiofonica non molto diversa da quelle odierne. Alcune star dell’epoca (Jack Benny, Bing Crosby e Rudy Vallee tra gli altri) si avvicendano ai microfoni della radio invitando tutti – ma proprio tutti, bambini compresi – a inviare una busta con qualche spicciolo alla Casa Bianca. Dobbiamo innescare una «marcia di monete che raggiunga in tutti i modi possibili la Casa Bianca», ebbe a dire Cantor. E così fu. Il successo dell’iniziativa fu enorme. Arrivarono alla casella postale indicata qualcosa come 80 mila buste in una settimana, nonostante i tassi di disoccupazione fossero prossimi al 70 per cento.

Per la prima volta un’intera nazione prendeva consapevolezza di poter fare qualcosa, collettivamente, contro una malattia. «Mai prima c’era stata una così accorata risposta a un appello per il supporto a una campagna contro la polio. Gli Stati Uniti adesso, per la prima volta, sono pronti a una guerra coordinata e che coinvolge l’intera nazione contro questa speventosa malattia», scriveva il New York Times.

La March of Dimes divenne un appuntamento fisso, tanto che nel 1945 la Fondazione arrivò a raccogliere 18,9 milioni di dollari e fu anche grazie a quei fondi che fu finanziata la ricerca di Jonas Salk che nel 1955 mise a punto il vaccino contro la polio.

Quanto a Roosevelt, era morto il 12 aprile di dieci anni prima nella sua Warms Springs.

I giornali dell’epoca raccontarono di città intere che si riversarono in chiesa a pregare. Di migliaia di candele accese.

«Le donne hanno lasciato la cena sui fornelli per riunirsi in gruppo con il vicinato, passando parola o parlando dell’accaduto trattenendo il respiro. I gruppi, piccoli all’inizio e via via sempre più grandi, si riunivano in silenzio se un negoziante aveva girato la sua radio verso la strada», scriveva il New York Times. Era una popolazione provata dalle notizie che arrivavano dai teatri di guerra, ma «nulla ci colpì come la morte di Roosevelt», ha raccontato Gabe Pressman, storico corrispondente della Nbc ricordando la morte del presidente.

Intanto il suo successore, Harry Truman, giurando in tutta fretta quattro mesi prima di dare il via libera alle atomiche su Hiroshima e Nagasaki, diceva ai giornalisti: «Mi sento come se la luna, le stelle e tutti i pianeti mi fossero caduti  addosso. Ragazzi, se avete mai pregato in vita vostra, adesso pregate per me».

 

 



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