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La rivoluzione perpetua della scienza in tribunale

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Pubblicato il 09/02/2026

Ci sono almeno tre elementi in comune tra il delitto di via Poma, a Roma (7 agosto 1990) e il delitto di Avetrana, in Puglia (26 agosto 2010). O tra il delitto di Cogne, in Val d’Aosta (30 gennaio 2002) e quello di Perugia (2 novembre 2007) o di Garlasco, in provincia di Pavia (13 agosto 2007). Tutti hanno solleticato il voyeurismo dei media. In tutti i casi l’insistita curiosità mediatica è stata alimentata dal mito della «certezza della prova», attingibile attraverso un test oggettivo e inoppugnabile per individuare il colpevole: il test del Dna. Ma la verità processuale è risultata, sempre, controversa.

Il ricorso alla biologia molecolare non è certo relativa a questi soli casi e alla sola Italia. Ma è, ormai, pratica quotidiana in tutto il mondo.

Il primo “Istituto di polizia scientifica” risale al 1909, anno in cui Rodolphe Archibald Reiss lo fondò a Losanna, in Svizzera.

E sono decenni che le analisi chimiche e fisiche fanno parte del repertorio dell’investigatore e che le polizie di tutto il mondo hanno allestito delle sezioni scientifiche. Ma la scienza accademica, con il suo repertorio di tecnologie avanzate, ha iniziato ad assumere il ruolo di protagonista assoluta nei tribunali soprattutto dopo che Kary Mullis, nel 1983, ha messo a punto la Pcr (Polymerase Chain Reaction) che consente di amplificare anche piccole quantità di Dna e, dunque, di studiare anche vaghe tracce di materiale genetico. Anche quelle presenti, per esempio, sulla scena di un delitto. 

Più di recente anche le neuroscienze hanno fatto il loro ingresso nella dimensione propria del diritto, grazie alle nuove tecnologie non invasive di analisi del cervello, come la fMRI (functional Magnetic Resonance Imaging), che consente di “vedere” le parti dell’encefalo che si attivano quando una persona compie un’azione.

Nuovi interrogativi

Quella della scienza accademica (soprattutto la biologia molecolare e, ora, le neuroscienze) sempre più protagonista in tribunale e nei dipartimenti di polizia è una storia per molti versi trionfale.

Tuttavia la moderna scienza forense genera almeno due tipi di problemi: come tener dietro al rapido sviluppo delle nuove tecnologie?

Come evitare gli errori?

La ricerca scientifica produce nuove conoscenze in maniera incessante che percolano sotto forma di nuove tecnologie. 

Chi non ne fosse convinto può trovarne conferma entrando in un tribunale. O, più semplicemente, seguendo le vicende di uno di quei serial televisivi dove protagonisti sono i laboratori della polizia scientifica. E vedrà che, dalla lente d’ingrandimento di Sherlock Holmes alla Pcr e alla fMri di “Gil” Grissom, uno dei protagonisti del serial televisivo Csi (Crime Scene Investigation), la tecnologia scientifica ne ha fatta di strada nelle cittadelle del diritto.

Ma come fanno i poliziotti, i giudici e gli avvocati nella vita reale a tenere il ritmo di questi cambiamenti? Che non sono solo tecnologici, ma anche e soprattutto culturali? 

Tradurre la probabilità in verità giuridica

Un esempio? Nel gennaio 2011, uno studio dell’olandese Manfred Kayser pubblicato sulla rivista Human Genetics, annuncia la messa a punto di un modello per predire, sulla base dei varianti del Dna, il colore dei capelli di un essere umano. Il successo della previsione è assicurata nel 90% dei casi. Con altri test, Kayser sostiene di poter prevedere con un buon margine di approssimazione il colore degli occhi, l’età di una persona e sta inoltre lavorando alla previsione dell’altezza di un individuo.

La sfida è difficile, ma aperta.

Non basta la logica lineare e deterministica che consentiva a Sherlock Holmes di risolvere i “gialli” nel (del) XIX secolo. Oggi occorre una logica probabilistica, che – diciamo la verità – difetta un po’ ai protagonisti di Csi, denunciando una difficoltà che non appartiene solo agli autori della fortunata serie televisiva.

D’altra parte non si tratta solo di una sfida scientifica ed epistemologica. 

Il problema è, appunto, l’applicazione di queste nuove conoscenze: la riduzione della verità (probabilistica) scientifica a verità giuridica, che è sempre binaria: colpevole o innocente?

Se Kayser ha ragione, presto sulla base di una traccia di Dna sapremo che un efferato omicidio è stato commesso da un uomo che al 70% è di origini europee, al 90% ha i capelli biondi, al 90% gli occhi azzurri, con un’età compresa, probabilmente, tra 30 e 40 anni e un’altezza presunta di 1,80 metri, e un dato colore della pelle per oltre l’80%. Come questo set di probabilità composte può diventare prova giuridica? 

Se i dati verranno utilizzati in maniera giusta, si disporrà di uno strumento molto potente per giungere all’identificazione di una persona. Ma se saranno utilizzati in maniera sbagliata, faranno aumentare il rischio di errore giudiziario.

Se è la scienza a sbagliare

E sì, perché anche la scienza forense può sbagliare. E può sbagliare anche perché la gestione di dati probabilistici è complessa. Il caso più clamoroso di questo tipo di errore ha coinvolto una tecnica, quella delle impronte digitali, considerata ormai consolidata e si è verificato il 6 maggio 2004, quando alcuni agenti dell’Fbi bussarono alla porta dell’avvocato Brandon Mayfield, nell’Oregon, e lo trassero in arresto con l’accusa di aver materialmente partecipato all’attacco terroristico che l’11 marzo del medesimo anno aveva provocato la morte di 191 persone alla stazione ferroviaria di Madrid.

Meno di venti giorni dopo l’Fbi era costretta a rilasciare l’avvocato con tante scuse ammettendo di aver sbagliato adottando procedure di identificazione statisticamente approssimate. Gli errori, tuttavia, possono essere anche di interpretazione. È tuttora acceso il dibattito sulla decisione di Kent Kiehl, un neuroscienziato in forza alla University of New Mexico di Albuquerque, di presentarsi nel 2010 in tribunale come teste a favore di Brian Dugan, riconosciuto colpevole di più omicidi compiuti a partire dagli anni ’80 del secolo scorso e condannato alla pena di morte.

L’uomo avrà pure commesso gli omicidi, ha sostenuto Kiehl, ma non è colpevole. Secondo la fMri Dugan è psicotico: dunque, se Dugan ha ucciso lo ha fatto a causa di un difetto cerebrale insopprimibile, non per sua volontà. La testimonianza di Kiehl ha suscitato perplessità di molti altri neuroscienziati. La fMri è tecnica troppo giovane per poter essere utilizzata come prova in tribunale. E poi non c’è evidenza nella letteratura scientifica di una correlazione biunivoca e deterministica tra gli stati psicotici diagnosticati e la compulsione a uccidere. Né è possibile dimostrare che Dugan si trovasse in quello stato dieci anni fa, quando ha commesso gli omicidi.

Umanisti alle prese con la scienza

Ma come faranno i giudici e gli avvocati – umanisti per formazione – a utilizzare queste nuove possibilità offerte dall’analisi genetica nella maniera giusta? O, almeno, nella maniera più giusta umanamente possibile?

A questa domanda ha cercato di rispondere di recente la National Academy of Sciences (NAS) degli Stati Uniti che, in uno specifico rapporto, rileva come le scienze forensi sono giovani e non sempre si fondano su basi solide. Per questo ha consigliato al Congresso degli Stati Uniti di creare un istituto forense con il compito non solo di produrre nuova conoscenza, ma anche di formare la polizia scientifica, i periti, avvocati, giudici. E magari anche comunicatori di massa.

Già, perché la scienza in tribunale che riscuote notevole successo mediatico – come Csi: Crime Scene Investigation, che impazza nelle televisioni di tutto il mondo – si risolve in un’apoteosi positivistica delle scienze forensi. Costruendo un immaginario mitologico che influenza il comportamento degli stessi operatori della giustizia.

Anche in Italia qualcosa si muove

L’esigenza di migliorare la cultura scientifica di chi contribuisce a determinare la verità giuridica è avvertita anche in Italia. È per questo che nascono iniziative come il corso di alta formazione in Genetica forense, che si è svolto a Milano ai primi di dicembre del 2011, organizzato dall’Istituto europeo di oncologia in collaborazione con il Consiglio superiore della magistratura e della locale Camera penale.

I docenti sono stati genetisti e medici, ma anche filosofi e bioeticisti, proprio perché la genetica forense ha svariate implicazioni. Ma protagonisti assoluti sono stati i discenti: 15 magistrati e 15 avvocati.

Non solo perché si tratta di umanisti che si confrontano con la scienza. Ma perché si sono trovati in una condizione interamente diversa rispetto a quella solita del tribunale: dove l’ultima parola spetta a loro e gli uomini di scienza sono “solo” consulenti. 

Esperimenti del genere sono condotti da tempo anche a Pavia (grazie al contributo di un biologo, Carlo Alberto Redi, e di un magistrato, Amedeo Santosuosso). L’importanza di questi esperimenti non deriva solo dalla relativa novità. Ma anche dal fatto – come sostiene Giovanni Boniolo, filosofo della scienza dell’Istituto Firc di Oncologia molecolare (Ifom) e promotore dell’iniziativa milanese – che in questi casi la scienza fornisce una plastica capacità di “servire” la società civile. Nel senso di proporsi come strumento che la società civile può utilizzare per migliorare se stessa. A patto, naturalmente, che la società civile sia disponibile, come i 15 magistrati e i 15 avvocati, a fare un piccolo sforzo per cercare di capire come utilizzare al meglio quel formidabile strumento.

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