Janus

scienza, etica, cultura
/ rubrica

Quando la medicina impara dalla guerra

Autori: 
Pubblicato il 10/11/2025

La guerra, che distrugge le vite umane, e la medicina, orientata a liberarle dalle malattie, sono idealmente collocate su due rette destinate a non incontrarsi mai. Anche temporalmente – per riprendere la celebre sentenza del biblico Qohelet – “c’è un tempo per uccidere e un tempo per guarire”. 

Ma così non avviene nella realtà. 

Giorgio Cosmacini ripercorre, da storico della medicina, l’arco di tempo che va dall’antichità ai nostri giorni per ricostruire tutti i diversi intrecci tra le due più opposte attività dell’uomo. Finisce per evidenziare non solo contrapposizioni tra guerra e medicina, ma anche inaspettate sinergie: “Per un verso la guerra è l’infausta matrice di traumi e malattie che richiedono una vastità d’interventi riparatori, esigenti a loro volta una altrettanto vasta organizzazione sanitaria. Per altro verso la guerra disegna e ridisegna, nel corso dei secoli, le nozioni e azioni mediche che interferiscono, talora in modo rilevante o decisivo, agli sviluppi e progressi nel campo della terapia e dell’assistenza”.

Dalla guerra possono derivare benefici all’arte della guarigione. Non solo perché può dar luogo a generose risposte riparative (a illustrazione di questa possibilità Cosmacini non manca di ricordare l’opera di don Carlo Gnocchi, al quale lo storico ha dedicato un accurato volume biografico). 

La guerra però far da levatrice alle risorse mediche anche in modi diretti e sorprendenti. Ai tanti esempi citati da Cosmacini nel suo esaustivo percorso storico ne possiamo aggiungere uno raccontato da Siddhartha Mukherjee nel suo libro L’imperatore del male (Neri Pozza, 2011), che si presenta come una “biografia del cancro”. Riferisce dell’incidente avvenuto nel porto di Bari durante la seconda guerra mondiale. Uno stormo di aerei tedeschi bombardò un gruppo di navi americane ormeggiate, che si incendiarono. Una era carica di terribile gas tossico - il gas mostarda, così chiamato dal tipico odore che caratterizza il suo effondersi nell’atmosfera - che si intendeva usare contro i nemici. Il gas fece strage di soldati e di civili, sia immediatamente, sia successivamente per le complicazioni. Le autopsie dei deceduti rivelò che il gas aveva scelto come bersaglio cellule del midollo, decimando i globuli bianchi. Ma proprio da questo insight nacque l’idea di combattere il cancro con la chemioterapia, un’impresa sognata dai ricercatori del tempo, ma per la quale non erano risusciti a trovare nessuna via praticabile. Giocando nell’ambivalenza del termine greco pharmacon, Paracelso aveva affermato che ogni farmaco è veleno camuffato; grazie all’incidente bellico, si veniva a scoprire che ogni veleno potrebbe essere un farmaco camuffato... 

Tecniche chirurgiche e conoscenze anatomiche, organizzazioni sanitarie e mobilitazioni umanitarie: Cosmacini ci fa sfilare dinanzi una lunga sequenza di benefici che la pratica della medicina deve alla guerra. Le follie belliche ci hanno reso capaci di curare meglio mali fisici e psichici. Sì, anche questi, perché – sostiene lo storico – “la follia della guerra minaccia di rendere folle chi la guerra la fa oppure la subisce”. La ricostruzione storica lascia indovinare, sottotraccia, un’appassionata adesione a quel movimento di medici che hanno identificato il loro compito non solo con il porre rimedio ai mali della guerra (come fanno notevolmente associazioni quali Emergency o Medecins Sans Frontieres) ma con l’impegno attivo a prevenire il ricorso della guerra. Soprattutto nella sua versione più catastrofica: la guerra nucleare. Cosmacini non manca di evocare il magistero antimilitarista del patologo Giovanni Favilli, fortemente impegnato nel movimento internazionale dei medici per la prevenzione della guerra naturale.

 Alla sua voce vorremmo aggiungere quella del compianto Alberto Malliani concludendo un suo contributo al numero orografico che Janus nel 2005 ha dedicato a “La medicina in guerra”, Malliani affermava con macabro humour: “Il problema della pace è più urgente che mai, e i volti della guerra più allucinanti che mai. Nel nuovo millennio la lotta della medicina deve essere quella della profilassi: poiché se scoppiasse una terza guerra mondiale non vi sarebbero altre opportunità per Esculapio. Ma anche Marte avrebbe perso, perché anche lui ha bisogno degli umani”. 

Giorgio Cosmacini: Guerra e medicina, Laterza, Bari 2011, pp. 211, € 20,00

 

Aggiungi un commento