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Revisione da rivedere

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Pubblicato il 01/03/2026

Nel maggio 2011, l’International Agency for Research on Cancer classificò i cellulari come potenzialmente cancerogeni sulla base di prove epidemiologiche. Poco più di sei mesi dopo, un ampio studio (il Danish Cohort Study) pubblicato sul British Medical Journal ha capovolto le conclusioni: non sono ravvisabili correlazioni tra l’uso dei cellulari e tumori del cervello.

Risultati discordanti su uno stesso tema. Ma quale dei due studi ha prodotto conclusioni errate? 

Dariusz Leszczynski, ricercatore presso l’ente finlandese per la sicurezza delle radiazioni e nucleare, è convinto che sia il Danish Cohort Study. O, quanto meno, che di questa ricerca ci si possa fidare poco. E sulle pagine di The Scientist ha sollevato una questione da tempo latente nella comunità scientifica. 

Che succede quando nella moderna ricerca fallisce la peer review? Quel meccanismo messo a punto affinché la comunità scientifica valuti la qualità dei proprio prodotti prima che questi vengano resi pubblici e siano da base per le conoscenze e per i comportamenti futuri?

Leszczynski parte proprio dal caso del Danish Cohort Study, che per il ricercatore fa acqua da tutte le parti: così come era stato congegnato non avrebbe mai potuto ravvisare eventuali legami tra uso dei cellulari e tumori. 

Innumerevoli le lacune riscontrate. Tanto per cominciare, l’unica misura sull’intensità dell’impiego del cellulare considerata dai ricercatori è stata la durata del contratto con l’operatore telefonico. Ma non è difficile comprendere che così facendo si mettono nello stesso calderone nonne che usano il cellulare per chiamare i figli e i nipoti una volta a settimana e manager che passano al telefono ore. 

I manager, in realtà, è probabile che non siano stati per niente compresi nello studio, così come tutti quelli che avevano fatto un uso professionale del cellulare. E che addirittura siano finiti nel braccio di controllo.

Il disegno dello studio escludeva infatti le persone che avessero un contratto aziendale, spiega Leszczynski. «L’esclusione dei contratti aziendali significa che molto probabilmente le persone che facevano un uso più intenso del cellulare sono esclusi dai risultati dello studio», scrive. «Inoltre […] gli utenti aziendali sono classificati come non esposti agli effetti cellulare». 

Va da sé che il gruppo di controllo - quello che comprende le persone non esposte - ne risulta irrimediabilmente compromesso. Se i cellulari avessero un qualche effetto sulla salute, lo eserciterebbero anche nel braccio di controllo.

E ancora, nello studio - che è durato fino al 2007 - sono state considerate come persone esposte agli effetti dei cellulari soltanto quanti ne possedevano uno all’inizio della ricerca: nel 1995. 

«Perciò [nel trarre le conclusioni dello studio] gli autori considerano come non esposta agli effetti del cellulare anche una persona che abbia ricevuto una diagnosi di cancro nel 2007 ma che ha cominciato a usare il cellulare nel 1996».

Anche in questo caso non servono molte competenze in materia di metodologia della ricerca scientifica per comprendere che c’è qualcosa che non va. 

Ma quanti furono incaricati di revisionare lo studio - i peer reviewer - non hanno riscontrato niente di strano «e uno studio che non avrebbe mai dovuto essere pubblicato perché ha conclusioni infondate resta un articolo valido nel British Medical Journal. […] e viene impiegato da scienziati e decision maker per giustificare le loro azioni», conclude Leszczynski che pone le domande che verrebbero in mente a chiunque: «Come è possibile che il British Medical Journal abbia consentito una peer review di così bassa qualità? I peer reviewer erano incompententi o avevano un conflitto di interesse? E c’è un coinvolgimento degli editori del Bmj?».

Domande per ora inevase. 

Ma che chiamano in causa il processo della peer review nel suo complesso. 

Un recente studio pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences ha mostrato che nel 20 per cento dei casi in cui una rivista scientifica ha deciso di ritirare un articolo precedentemente pubblicato, lo ha fatto per lacune scientifiche. Errori che sarebbero dovuti emergere in fase di peer review e non dopo.

«Ma questa potrebbe essere soltanto la punta dell’iceberg», avverte Leszczynski.

Per saperne di più

  • D Leszczynski. Opinion: Scientific Peer Review in Crisis. The case of the Danish Cohort. The Scientist 25 febbraio 2013 (link all’articolo
  • R Baan et al. Carcinogenicity of radiofrequency electromagnetic fields. The Lancet Oncology, Volume 12, Issue 7, Pages 624 - 626, July 2011 doi:10.1016/S1470-2045(11)70147-4 (link all’articolo)
  • P Frei et al. Use of mobile phones and risk of brain tumours: update of Danish cohort study. BMJ 2011;343:d6387 doi: 10.1136/bmj.d6387 (link all’articolo)
  • FC Fand et al. Misconduct accounts for the majority of retracted scientific publications. PNAS October 1, 2025 201212247 (link all’articolo)

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