A inizio luglio la Camera ha ripreso i lavori per l’approvazione del disegno di legge sul testamento biologico. Il testo Calabrò è arrivato al rush finale. La partita si gioca nel dibattito generale sull’insieme degli emendamenti presentati ai nove articoli del testo Calabrò.
Appena approvato alla Camera, già si scontra con la decisione del tribunale di Treviso di autorizzare la richiesta di interruzione delle cure da parte di una donna malata. Il cui marito è stato nominato amministratore di sostegno. In caso di voto favorevole del Senato, la decisione diverrebbe ininfluente ma restano una serie di interrogativi aperti.
La discussione su una legge che regoli i problemi riguardanti la fine della vita non è prerogativa esclusiva dell’Italia.
Negli ultimi anni sono molti i Paesi che si sono fatti carico di mettere a tema una simile problematica, accentuando di volta in volta angolazioni particolari e addivenendo a soluzioni talvolta anche contrastanti tra di loro. Ma il fatto rilevante è proprio questo sentire comune che sdogana il tema della morte e lo colloca al centro di una discussione pubblica, sottraendola, così alla strettoia del privato che spesso la nega, la occulta, la adultera.
Un Paese deve essere anzitutto consapevole in modo positivo di questo mutamento culturale e civile, che consiste nella volontà di riappropriazione responsabile e matura dei cittadini, riguardo anche al proprio morire.
Gli sforzi di legiferare in tale materia sono da ricondurre, perciò, principalmente alla coscienza di un servizio reale al bene della vita e della sua dignità; essi devono rispondere al dovere sacrosanto di chi amministra la cosa pubblica, di consentire a soggetti che vogliono dare senso al proprio vivere e al proprio morire, di poterlo fare in piena rispondenza alla loro visione del mondo e nella consapevole accettazione di quello che la morte può comportare, anche in termini di rottura di equilibrio antropologico, quando le sue condizioni reali si fanno pesanti e insopportabili.
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