
La religione e la scienza hanno suddiviso l’unità della terapia in ambiti specifici, e l’organizzazione sociale ha assegnato competenze esclusive. L’aspirazione delle professioni che erano ausiliarie a costituirsi come ordini rimette ora in discussione la dominanza medica. Ma la vera innovazione non consiste nell’accesso delle nuove professioni a ruoli di maggiore visibilità: la vera partita è quella dell’empowerment del paziente, della sua uscita dalla “minorità”. Questo cambiamento del contesto clinico rende anacronistica ogni disputa tra professioni sanitarie maggiori o minori, dominanti o dominate. Figlie di un dio minore, le professioni sanitarie non mediche? Di fronte al bisogno del malato di partecipare attivamente al processo di cura, occorre rifiutare subordinazioni gerarchiche in nome dell’integrazione tra i processi di cura.

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