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Equivoco sulle bollicine

Pubblicato il 26/10/2012

Lo scorso 13 settembre è uscito sulla Gazzetta Ufficiale il decreto-legge 158: “Disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo del Paese mediante un più alto livello di tutela della salute”, il cosiddetto “decreto Balduzzi” dal nome del ministro della Salute Renato Balduzzi che lo ha fortemente voluto. Il decreto, che pure introduce molte novità nel panorama sanitario del Paese, è diventato famoso forse soprattutto per la proposta di aumentare di 3 centesimi il prezzo unitario dei soft drink o bevande carbonate o zuccherate. Un articolo che nella versione finale del testo non c’è più.

Le reazioni a quella che è stata definita la “tassa sulle bollicine” sono state talmente veementi che la proposta è rapidamente sparita dall’orizzonte politico. Ma si è trattato di reazioni giustificate, oppure si è persa una buona occasione per la salute delle persone? La letteratura scientifica internazionale ha dimostrato da tempo l’associazione tra consumo di bevande zuccherate e sviluppo di sovrappeso e diabete di tipo II, anzi le bevande zuccherate sono addirittura considerate il singolo fattore di rischio più importante per lo sviluppo del sovrappeso.

Inoltre il consumo di bevande zuccherate rimpiazza quello di bevande più salubri ed è associato a una cattiva alimentazione in generale. È forte il sospetto che molta parte delle reazioni contrarie al provvedimento dipendesse da una miscela micidiale di disinformazione e interessi di parte. Insieme alla scarsa capacità degli enti pubblici nostrani di fare buona comunicazione sulle proprie scelte, soprattutto se qualificanti. 

Janus ne ha parlato con due esperti, impegnati da tempo nella sanità pubblica e nella promozione della salute: Paolo D’Argenio e Pirous Fateh-Moghadam.

D’Argenio 

Quello che mi ha colpito nella vicenda è stata la mancanza di un vero dibattito nel merito della proposta, che è stata sommersa, sui media, dalle voci di commentatori, anche quelli per cultura più distanti dal tema, che l’hanno ridicolizzata screditandola, giudicandola immotivata e inefficace. Questo pensiero unico, una specie di riflesso condizionato, si è basato su tre argomentazioni principali: si vuole fare cassa, tassando pure l’aranciata ai bambini, facendo credere che si intende difendere la salute e quindi: Stato imbroglione e vampiro. Si cerca di conculcare la libertà di scelta dei cittadini: Stato paternalista. Mettendo l’accento sui costi sanitari dell’obesità, ci si muove pericolosamente verso quello stato etico che, in tempi non lontani, ha pianificato addirittura lo sterminio di gruppi improduttivi. 

Con uno sbarramento di questa portata, nel dibattito si è perso di vista il problema di salute: l’eccessivo numero di obesi di tutte le età in Italia; l’aspetto che si voleva affrontare: il consumo eccessivo di bevande gasate e zuccherate e la qualità delle politiche: la misura proposta è efficace, equa, sostenibile? 

Fateh-Moghadam 

Per contrastare il sovrappeso nella popolazione e per promuovere un’alimentazione più sana l’introduzione di tasse su cibi e bevande insalubri è una delle misure di provata efficacia, sia in termini di guadagno di anni di vita senza disabilità sia per risorse risparmiate. 

Gli studi che valutano gli interventi dimostrano che la riduzione del consumo di bevande zuccherate migliora la salute, mentre una ricerca condotta dal Rudd Center for Food Policy and Obesity dell’università di Yale ha dimostrato una diminuzione del consumo del 7,8% per ogni 10% di incremento del prezzo delle bevande zuccherate. I dati messi a disposizione dell’industria stessa documentano riduzioni ancora più significative: negli Stati Uniti dopo l’aumento del prezzo della Coca-Cola del 12% il consumo è diminuito del 14,6%. Che la proposta di introdurre una tassa sulle bevande zuccherate anche nel nostro Paese non sia passata rappresenta quindi un’occasione mancata per la salute. 

Secondo me, c’è uno squilibrio abissale nel rapporto di forza tra i diversi portatori di interesse coinvolti. Da un lato la lobby industriale globalizzata, il suo apparato di propaganda formidabile, la sua rappresentanza consistente a livello politico e sociale. 

Dall’altro lato una comunità sanitaria di promozione della salute disorganizzata, isolata e praticamente priva di visibilità, rappresentanza, portavoce e capacità di mobilitazione. Con un’asimmetria così forte è quasi inevitabile che l’intero dibattito abbia girato intorno ai temi tanto cari all’industria quanto fuorvianti: il presunto paternalismo e anti-liberismo di coloro che richiedono interventi normativi da parte dello Stato, la pretesa che non esistono cibi o bevande cattivi e che quello che conta sia solo la moderazione da parte di ciascuno (addossando così la responsabilità della cattiva alimentazione esclusivamente alle singole persone) e quindi l’importanza dell’educazione alimentare come unico mezzo di promozione della salute, lasciando poi la “libera scelta” ai cittadini. 

D’Argenio 

Le esperienze di altri Paesi che già hanno introdotto una tassa sulle bevande zuccherate, le opinioni di esperti indipendenti non hanno avuto modo di emergere nella discussione, togliendo quindi elementi perché le persone potessero farsi un’opinione consapevole. Bisogna anche dire, però che la stessa proposta aveva dei punti deboli. Probabilmente a causa delle difficoltà di governo e parlamento a mediare tra interessi delle parti, il ministero, come è avvenuto anche in passato, ha prodotto un provvedimento che raccoglieva norme su temi molto diversi tra loro, una sorta di zattera. Spesso accade che alla zattera cerchino di aggrapparsi altre norme “naufraghe” cosi alla fine la zattera affonda oppure si decide di buttare qualcosa a mare. La conseguenza è che viene a mancare l’organicità e la discussione pubblica diventa più difficile. 

Fateh-Moghadam 

Sono d’accordo: la modalità incerta con cui è stata fatta la proposta non ha aiutato, le stime sugli effetti della tassa sono state esclusivamente di tipo economico senza far emergere i benefici per la salute. È stato facile, così, per gli oppositori accusare il governo di voler solo “fare cassa” con la scusa pretestuosa della salute. 

Ultimo, ma non per importanza, il ruolo giocato dalla poca consapevolezza dei cittadini rispetto a che cosa si può intendere per “libertà di scelta” nella società dei consumi. Spesso le scelte e i bisogni dei consumatori sono il risultato di precise strategie di marketing e hanno a che fare molto poco con il soddisfacimento di gusti o preferenze personali. Ecco perché per chi si occupa di salute dei cittadini è importante riuscire a modificare il contesto in cui si vive e si mangia al fine di rendere la scelta sana quella più facile. Non si tratta di una limitazione della libertà ma, al contrario, di un suo allargamento, si tratta di costruire le condizioni perché le decisioni dei singoli possano essere più consapevoli. È anche importante che chi ha la responsabilità di garantire il diritto alla salute arrivi a considerare le strategie di marketing industriale per quello che sono: un vero e proprio determinante della salute. 

D’Argenio 

Vorrei sottolineare un ultimo paradosso: mentre si buttava a mare il comma dei 3 centesimi per le bevande zuccherate, sospinto da lobby professionali che si fanno forti dei momenti di irrazionalità dell’opinione pubblica, riusciva abilmente a salire sulla zattera normativa di cui sopra l’obbligo di certificato medico per l’attività fisica non agonistica. Una misura che costerà ai praticanti diverse decine di milioni l’anno. Nessuno ha protestato, è sembrato tutto normale, peccato però che l’intervento di cui ci siamo liberati sia raccomandato come efficace dalle istituzioni sanitarie internazionali, mentre quello approvato non è basato su prove di efficacia e apre la strada alla medicalizzazione dell’attività motoria. In altre parole, una costosa barriera in più contro il miglioramento della salute delle persone.

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