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Negli ospedali italiani si sbaglia quanto nei paesi più virtuosi

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Pubblicato il 27/07/2012

L’ultimo caso è stato la morte di un neonato all’ospedale San Giovanni di Roma nei giorni scorsi per un errore compiuto dal personale sanitario. Il rapporto degli ispettori inviati dal ministero della Salute traccia un ritratto sconfortante: «assenza […] di procedure per il controllo», «assenza di procedure e protocolli diagnostico-terapeutici», «inadeguatezza della redazione del diario clinico», «presenza di incubatrici datate», «numero limitato del personale sanitario», «inadeguata organizzazione e gestione del personale», «clima di conflittualità tra il personale e, con riferimento al rischio clinico, carenze conoscitive diffuse». Infine, dall’ispezione, si legge nella relazione, «emergono suggestioni che sembrano indicare la volontà di nascondere quanto avvenuto».

Ma sono realmente così gli ospedali italiani? E, soprattutto, le condizioni descritte nel rapporto degli ispettori ministeriali creano un ambiente più favorevole agli errori clinici.

In realtà no. Nei nosocomi italiani si sbaglia più o meno quanto in quelli francesi, spagnoli, olandesi e canadesi: in circa 5 casi su cento. Molto meno se si considera la media dei dati internazionali (9%). È vero, però, che più della metà di questi errori possono essere prevenuti con l’adozione di protocolli e linee guida rigorosi nella gestione del paziente.

È quanto emerge da uno studio italiano che misura il tasso d'incidenza degli eventi avversi e la loro prevenibilità in un campione rappresentativo di pazienti ricoverati in 5 grandi ospedali italiani: il Policlinico di Bari, l’Azienda complesso ospedaliero San Filippo Neri di Roma, l’Ospedale Niguarda di Milano, l’Azienda ospedaliera universitaria pisana, l’Azienda ospedaliera universitaria Careggi di Firenze.

Il primo autore dello studio Riccardo Tartaglia, del Centro di gestione rischio clinico e sicurezza del paziente della Regione Toscana, sgombera il campo da eventuali errori di interpretazione dei dati: «Quelli che nel nostro studio abbiamo catalogato come eventi avversi derivanti da un errore clinico coprono un ampio ventaglio di situazioni le cui ricadute vanno dal semplice prolungamento della degenza con necessità di ulteriori terapie (il caso più frequente), all'errore nella somministrazione di una terapia senza esito, fino alla presenza di una disabilità al momento della dimissione. Soltanto in un numero molto limitato di casi si arriva al decesso del paziente».

Ciò non toglie, ha aggiunto Tartaglia, che «il tasso di eventi avversi identificato in questo studio conferma anche a livello italiano la gravità e rilevanza delle conseguenze della ridotta sicurezza delle cure. Come avvenuto in tutti gli altri Paesi, questi dati dovrebbero stimolare le istituzioni sanitarie a interventi urgenti per contenere il numero di incidenti. Anche perché abbiamo dimostrato che in più di 56 casi su cento è possibile prevenire gli errori. Ma per farlo occorre che negli ospedali si operi secondo protocolli e linee guida basati sulle prove di efficacia, si promuova la formazione del personale e, infine, si faccia tesoro delle raccomandazioni e delle buone pratiche per la sicurezza del paziente che il Ministero della salute e l'Agenzia nazionale dei servizi sanitari regionali hanno messo a disposizione sui propri siti web. Anche se non ci si può dimenticare che la medicina non è una scienza esatta e che non tutti gli eventi avversi sono prevenibili», ha concluso.

 

Per saperne di più

Riccardo Tartaglia et al. Eventi avversi e conseguenze prevenibili: studio retrospettivo in cinque grandi ospedali italiani. Epidemiol Prev 2012; 36 (3-4): 151-161

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